No al patto per la crescita dei profitti

 

A fine febbraio Confindustria e i capi collaborazionisti di CGIL-CISL-UIL hanno raggiunto, dopo  mesi di trattative segrete, un accordo  sulle relazioni industriali e la contrattazione collettiva. Con questo patto  la maggioranza dei padroni ottengono dunque quanto già ottenuto da Federmeccanica con l’accordo separato del 2009, che vide allora l’opposizione della FIOM, oggi silente.     

Raggiunto a pochi giorni dalle elezioni, il patto ha un chiaro significato politico. E’ servito a padroni per mettere a fuoco le loro priorità, incassando importanti obiettivi; ai boss sindacati per cautelarsi rispetto le incertezze politiche, salvaguardando la funzione del loro screditato apparato; a entrambi, per scongiurare invasioni di campo da parte di forze politiche su materie come i contratti di lavoro e la rappresentatività, salvaguardando il ruolo delle “parti sociali”.

L’accordo sulle regole contrattuali e la rappresentanza nell’industria, realizzato su un testo vergognoso presentato direttamente dai padroni, buttando al macero la penosa piattaforma sindacale, prevede tra l’altro: 

a)  la subordinazione della contrattazione collettiva alla “crescita del valore aggiunto e dei risultati aziendali” (leggi plusvalore e profitto) e quella di secondo livello alla “crescita della produttività” (leggi aumento dei ritmi e dei carichi di lavoro, della flessibilità, peggioramento delle condizioni di lavoro e di sicurezza);

b)  il ribaltamento della funzione dei CCNL, che diventano a tutti gli effetti lo strumento per abbassare i salari; in questo senso verranno individuati trattamenti economici minimi (TEM) che con ogni probabilità saranno inferiori agli attuali e verranno adeguati all’inflazione senza considerare la dinamica dei costi energetici, quindi condannando il salario operaio a ridursi sempre più e aumentando di conseguenza i profitti;

c)  l’entrata nel trattamento economico complessivo – che non sarà più indicizzato all’inflazione - del “welfare aziendale” che sarà sempre più sviluppato, assieme ai fondi pensione, con un ulteriore diminuzione dei salari reali;

d)  lo sviluppo del corporativismo aziendale per favorire la concorrenza capitalistica.

Il nuovo accordo, sulla scia di altri accordi firmati (ad es. quello infame sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014, che verrà pienamente attuato con il patto firmato), recepisce in pieno gli interessi padronali e produrrà i suoi nefasti effetti su milioni di operai e lavoratori sfruttati.

Allo stesso tempo, il “patto” rafforza il processo di completa integrazione dei vertici sindacali nell’apparato economico e statale capitalista, attraverso gli enti bilaterali, la previdenza complementare, etc. L’involuzione autoritaria e reazionaria del sindacato è una conseguenza di questo processo che riguarda i leader e i funzionari sindacali, non l’organizzazione sindacale in quanto istituto operaio, il suo patrimonio di conoscenza, la sua tradizione di lotta, che non riesce ad esprimersi attraverso tale guida.

L’area di Sindacatoaltracosa-Opposizione CGIL ha preannunciato voto contrario al patto, e ha lanciato di un appello interno all’organizzazione a fare altrettanto, per scongiurare un’ulteriore capitolazione della CGIL.

La battaglia da sviluppare contro un tale accordo antioperaio non può essere lasciata in mano a qualche minoranza critica che agisce in funzione delle dinamiche congressuali.

Fare questo significherebbe passivizzare ancor più i lavoratori. Spetta al proletariato nel suo insieme sviluppare la lotta attraverso il fronte unico contro i capitalisti e la burocrazia sindacale collaborazionista.

Lo stesso lavoro all'interno dei sindacati di massa non può ridursi a una disputa interna all’apparato, del tutto incapace di fermare i voleri della dirigenza confederale.

Occorre orientare e sviluppare l’agitazione e la lotta nei posti di lavoro verso i più larghi strati del proletariato e dei lavoratori per smascherare i bonzi sindacali, distruggere le loro posizioni nel movimento sindacale e operaio; occorre combattere e sradicare l’influenza del riformismo, del corporativismo, del populismo, per creare sindacati di classe e rivoluzionari, che devono avere come obiettivo il raggiungimento dell’unità della classe operaia contro il potere del capitale, per il suo abbattimento.

 

Da Scintilla n. 87 – marzo 2018

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